Gente strana

Gente strana

La cricca bislacca di quelli del Pianello. Cinzia, Patrizio, il professor Di Virgilio e tutta la coreografia necessaria per imbastire la rivoluzione dal basso. O qualcosa di simile, nel loro piccolo.

14 Maggio 2007

Al Pianello di gente strana ce n'era eccome. Saran state tre case, il Pianello: quattro, compresa la Casa del Popolo, che delle tre case, anzi quattro, era di certo la più frequentata. Saran state tre case, ma mi sa che quelli strani li avevan concentrati tutti lì.

La Cinzia

Ora. Io non voglio star qui a parlare della Cinzia, che faceva i panini col prosciutto e li vendeva, appoggiata al balcone, ai muratori che passavano la mattina presto per andar su alla villa. Che su alla villa saran trent'anni che ci sono i lavori: roba che nemmeno l'A2, ai più nota come Salerno-Reggio Calabria. Insomma:

  • Il McDrive l'ho inventato io.

Sostiene tutt'oggi la Cinzia. E va detto che è vero: ci sono i testimoni. Quelli del camion con la betoniera, se non altro.

Ma non voglio star qui a parlare della Cinzia, ora.

Patrizio

E non voglio nemmeno star qui a parlare di Patrizio. Che di gente strana ce n'era eccome, al Pianello, mica solo la Cinzia.

Patrizio per esempio, che nel '68 era stato a Parigi a vedere i moti studenteschi, diceva lui. Nemmeno fossero il circo, i moti studenteschi, che bisogna andare a vederli. Fatto sta che non gli eran piaciuti mica tanto, a Patrizio, i moti studenteschi del '68 a Parigi. E allora era tornato al Pianello, s'era messo accanto alla finestra (la finesta accanto a quella della Cinzia, per la precisione) col fucile a pallettoni in mano, annunciando alle dieci anime che stavano prendendo l'amaro sotto il porticato della Casa del Popolo:

  • Ora vi insegno io come si fa la rivoluzione.

Gustavo detto Memento — il barbiere cieco memoria storica del paese — giura che quel giorno il nostro eroe, fresco di francesismi universitari, avesse anche aggiunto: «Allons enfants del Patrizio», ma Patrizio ha sempre negato di essersi abbassato a un gioco di parole così squallido.

Comunque, da quel giorno Patrizio, tutte le mattine, prendeva la mira e sparava una scarica precisa sul culo del professor Di Virgilio, quando quello passava davanti alla sua finestra con il giornale sottobraccio per andare a prendere il caffè. Alla Casa del Popolo, sintende.

Il professor Di Virgilio

Il professor Di Virgilio era, a onor del vero, quello meno strano di tutti, ma anche lui, con l'andare degli anni, c'aveva messo del suo per arrivare al pari degli altri.

Va detto che il professor Di Virgilio non era propriamente un professore: lo chiamavano così là al Pianello, perché aveva fatto le medie giù in città, il che lo poneva una spanna (ma anche due) sopra tutti i suoi compaesani, almeno per quel che riguarda il livello di istruzione. Che da quelle parti se uno aveva fatto l'esame di quinta (elementare dico) passava per uno che la sapeva lunga.

  • Io non feci l'esame di quinta perché c'avevo sonno.

Racconta sempre il Luciano Gobbi, che ora di mestiere fa il guardiano del cimitero e non manca mai di borbottare che è un lavoro di merda:

  • Che ci sarà mai da guardare? Mica scappano.

Argomenta mentre con la mano indica le tombe e tutta quella gente sottoterra.

Così il professore era diventato professore, circondato da quell'alone di mistero, soggezione e risevatezza che fa sì che i poveracci te li ricordi per nome (o al limite per soprannome) mentre quelli famosi per cognome, al punto che ormai al Pianello nemmeno se lo ricordavano più il nome di battesimo del professor Di Virgilio. Qualcuno sosteneva si chiamasse Virgilio, nel senso proprio Virgilio Di Virgilio, perché la mamma (pace all'anima sua) aveva poca fantasia ed era un po' ossessionata con la Divina Commedia (ma quel paraculo di Dante le stava sui maroni). Qualcun altro pensava che si chiamasse proprio Professor, e fosse originario del Trentino.

La contestazione sui muri

Ecco quindi che il professor Di Virgilio tutte le sante mattine si metteva il vestito buono, quello con la giacca color crema e le scarpe di vernice per farsi la sua passeggiata ("sfilata" dicevano le più maligne delle comari mentre lavavano i panni giù al pozzo) con il giornale sottobraccio: trenta metri, da casa sua alla Casa del Popolo, s'intende. E questo stava facendo anche quella mattina che trovò quella scritta sul muro:

Fuori i baroni dalle scuole: rossi, bianchi, neri o a palini.

Manco a dirlo, chi aveva composto l'inusuale graffito? Patrizio, ovvio. Che in un impeto di ispirazione poetica transdemocratica e super partes, non aveva resistito all'impulso di rendere immortale quella frase, incidendola per sempre nel pezzo di parete che andava dalla sua finestra a quella della Cinzia.

Il professore comunque non fece un piega: si fermò un attimo, non si prese minimamente la briga di valutare se fosse o meno d'accordo con il contenuto di quanto scritto e semplicemente tirò fuori dalla tasca un gessetto e corresse lo sbaglio: "Fuori i baroni dalle scuole: rossi, bianchi, neri o a palini pallini", che lui, gli errori di ortografia proprio non li poteva vedere. Poi si allontanò di un paio di passi per ammirare meglio l'opera completata e quindi se ne andò come sempre alla Casa del Popolo a dire alla Silvana:

  • Il solito caffè corretto col maraschino, grazie cara.

A voler risalire indietro nel tempo per cercar le cause scatenanti sì, mi sa che c'è da arrivare a quel giorno là, per capire tutto l'astio che c'aveva avuto poi negli anni a venire Patrizio nei confronti del professore: da quel momento, a causa di quella correzione pubblicamente sfacciata, Patrizio aveva visto nel Di Virgilio il simbolo principe della borghesia baronesca e gentilizia che sentiva sempre contestare in tutti i comizi che si andava a vedere. Che Patrizio, si sarà capito questo, andava a vedersi i comizi come la gente va a vedersi i concerti — non partecipava, lui: guardava. Quel che si dice "uno sguardo contro". E allora uno capisce anche come a lui gli sembrasse molto più proficuo farla così, la rivoluzione studentesca: sparando tutte le mattine, con una regolarità svizzera, una scarica di pallini sul culo del professore ("pallini" che — guarda la vita come ti chiude il cerchio quando ci si mette d'impegno — era proprio la parola incriminata):

  • Perché è così che si cambia il mondo: andando a battere sempre nello stesso punto, finché quello non cede.

Pontificava Patrizio, quando cercava proseliti seduto sul biliardo della Casa del Popolo (s'intende). Che poi per lui il punto in questione fosse il culo del professor Di Virgilio, questi son particolari folkloristici senza importanza: è il concetto quello che conta.

Una specie di coreografia

E allora da quel giorno, se passavi la mattina presto là al Pianello, vedevi queste due finestre vicine, entrambe spalancate, con due sagome affacciate. E anche i casi eran due, anzi tre (quasi quanto le case — "casi/case": la senti l'assonanza, caro utente microfono? No, perché son finezze letterarie, queste, roba da sottolineare, eh).

Se eri un muratore che andava su alla villa, ti conveniva comprare un panino alla finestra della Cinzia, che poi per la strada non se ne incontravan più di posti dove si vendevan le robe da mangiare, e ad arrivare a cena con lo stomaco vuoto non era mica il caso.

Se eri il professor Di Virgilio, ti conveniva di pararti il culo con qualcosa (il giornale, una vecchia padella, al limite anche solo le mani), che Patrizio col passar dei giorni ci predeva gusto e i pallini sulle chiappe bruciano che non ti dico, caro utente tirassegno.

Se eri qualcuno altro, allora finiva che ti fermavi un po' a distanza a goderti questo carosello di gente che passava sotto le finestre (che tra fucili, panini, muratori e professori quasi una coreografia ne era venuta fuori, vista dall'esterno). E ti scappava da ridere, se eri qualcun altro.

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